sabato 21 maggio 2016

Marco Pannella, “santo subito”

Per una curiosa coincidenza, ieri mattina nella consueta omelia a Santa Marta, papa Francesco ha commentato - Radio Vaticana - il brano del Vangelo di Marco in cui Gesù spiega l’indissolubilità del matrimonio affermando che la comprensione per i peccatori va di pari passo con l’affermazione senza compromessi della verità.
Dico una curiosa coincidenza perché tale importante distinzione arriva nel giorno in cui si è registrato un totale sbracamento di alte gerarchie ecclesiastiche nel commentare la morte di Marco Pannella, dove quella che appare chiara è la confusione tra la dovuta pietà – e in alcuni casi l’amicizia – verso un defunto e il giudizio storico su quanto dallo stesso defunto realizzato in vita.
Bello sapere che il Papa abbia offerto a Pannella un’amicizia e che qualche altro prelato lo abbia visitato fino agli ultimi giorni, speriamo per dargli una possibilità di redimersi prima di presentarsi davanti al Giudice supremo. È il segno di un’umanità fatta nuova da Cristo, che punta dritto al cuore dell’uomo per offrirgli la salvezza. E certamente anche in Pannella si poteva cogliere almeno un raggio di quel desiderio di eternità di cui è fatto ogni uomo. Qualcosa che si può intravedere anche dalla lettera inviata a papa Francesco e resa pubblica ieri.

Ma ciò che è stato detto e scritto da illustri ecclesiastici come valutazione dell’attività politica e sociale di Pannella è oggettivamente uno scandalo, che ripugna alla coscienza dei cristiani. C’è stata una sorta di beatificazione sul campo per un personaggio universalmente celebrato dai media e dai politici come protagonista di un cambiamento culturale dell’Italia che si può ben definire scristianizzazione. Si può sopportare lo spettacolo di vescovi e intellettuali cattolici che osannano e presentano a modello chi ha cercato per tutta la vita di cancellare ogni presenza cristiana? 
Sconcertanti i commenti di alcuni vescovi che sfruttano penosamente qualsiasi occasione pur di mettersi in mostra, ma le parole che hanno creato vero e proprio sconcerto anche per il ruolo che occupa, sono quelle del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi: «È una persona – ha detto tra l’altro a Tv2000 - che ci lascia una bella eredità dal punto di vista umano e spirituale per la franchezza dei rapporti, la libertà d’espressione e soprattutto per la dedizione totalmente disinteressata alle cause nobili. Aveva un impegno politico e sociale che non cercava il proprio interesse ma era attento ai problemi delle persone più deboli».

Una bella eredità spirituale? Dedizione a cause nobili? Attento ai problemi delle persone più deboli?
Da non credere queste espressioni sulla bocca del portavoce vaticano. Contraccezione, divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia (a proposito, qualcuno si è fatto la domanda sulla sedazione che lo ha portato alla morte?), droghe libere, sperimentazione sugli embrioni: sono queste le cause nobili che stiamo celebrando? So già la risposta: è vero, ma si è occupato anche di carcerati, di fame nel mondo, di persecuzioni religiose. Insomma, avrebbe fatto cose condivisibili e cose non condivisibili. Da notare anche l’uso di questa terminologia: non si dice mai “buono” e “cattivo”, che implicano un giudizio chiaro e definitivo sulle azioni, ma si condivide o no, “eravamo d’accordo su alcune cose e su altre no”, “abbiamo lottato su fronti opposti”, cioè siamo nel campo delle opinioni, l’una vale l’altra.
Allora bisogna dire con chiarezza che mettere sullo stesso piano divorzio e aborto da una parte e il problema delle carceri dall’altra è un insulto alla realtà. La distruzione della famiglia e il disprezzo della vita, perseguiti tenacemente per sessanta anni, dimostrano la volontà di sovvertire l’ordine della creazione e sono causa prima della grave crisi economica, sociale e morale nella quale ci troviamo. Pannella ha rappresentato in Italia la testa d’ariete di quell’ideologia relativista e nichilista che sta portando la nostra civiltà al suicidio. Si può mettere questo sullo stesso piano di una pur giusta attenzione per il problema dei carcerati?
Soltanto parlando di aborto, alle campagne di Pannella dobbiamo sei milioni di bambini uccisi in 38 anni, gli esseri umani più deboli e vulnerabili in assoluto (l’aborto è la minaccia più grave alla pace nel mondo, diceva Santa Teresa di Calcutta). Se ci fosse stata davvero giustizia avrebbe meritato un processo per crimini contro l’umanità, invece abbiamo addirittura il portavoce vaticano che ne esalta la «dedizione a cause nobili».
Certo, se ne può apprezzare la franchezza, la coerenza, la gentilezza, perfino il disinteresse nel perseguire i suoi ideali. Tutte belle caratteristiche della sua personalità se paragonate all’opportunismo e alla codardia di tanti suoi presunti avversari, ma questi non sono valori in sé, il problema sono gli ideali. Anche il diavolo è tenace, coerente e tremendamente persuasivo, solo Gesù ha saputo resistergli totalmente; ma c’è qualche vescovo che per questo è disposto a farne pubblici elogi?
C’è un altro aspetto paradossale in tante lodi da parte di uomini di Chiesa. 
Pannella si è battuto per la situazione delle carceri, per alcune minoranze religiose perseguitate, per la fame nel mondo. È vero questo, ma davvero i cattolici devono imparare da lui? Alla fine quelle dei radicali sono denunce, urlano l’esistenza di un problema e chiedono che lo Stato o chi per lui intervenga. Ma il metodo della Chiesa non è anzitutto la denuncia, è la presenza e la condivisione. Così la vita cambia realmente e il mondo diventa più umano, non con le campagne radicali.
Da secoli i missionari vanno nelle parti più remote del mondo e con l’annuncio del Vangelo che libera l’uomo hanno dato il massimo contributo possibile alla lotta alla fame; in tanti Paesi i cristiani hanno affrontato e affrontano il martirio per testimoniare la Verità (quella Verità così pervicacemente combattuta da Pannella e soci) e la dignità dell’uomo; e nelle carceri italiane ci sono centinaia di volontari cattolici che a tanti detenuti hanno ridato la speranza, non di una cella più grande (per quanto questo sia necessario) ma di essere perdonati per il male compiuto e di rinascere a vita nuova.
Se davvero si vuole dimostrare di aver voluto bene a Pannella, oltre ad augurarsi che almeno nell’ultimo istante abbia affidato la sua anima alla misericordia di Dio, ci si può solo impegnare a pregare per lui. Possibilmente in silenzio.

(Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova bussola quotidiana, 21 maggio 2016)



venerdì 20 maggio 2016

Vaticanate: La “canonizzazione” di Pannella

È morto Giacinto Marco Pannella ferocemente anticattolico, nonché simbolo di tutte le leggi contro Dio approvata in Italia negli ultimi 50 anni (divorzio, aborto, etc.). 
Eppure, il portavoce della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, lo ha elogiato pubblicatemene in quanto “ammiratore di papa Francesco”.

Sinceramente parlando non volevamo dare alcuna voce al fatto, ma la canonizzazione di padre Lombardi alla memoria di Giacinto Marco Pannella (vedi qui) no davvero, è un inaccettabile delirio di onnipotenza! Questo è davvero abuso di potere.
Premesso che un Requiem non si nega a nessuno, noi preferiamo pregare affinché in cielo lo accolga l’esercito di milioni di abortiti che lui ha contribuito a formare, sostenendo, osannando e alimentando la legge più iniqua che l’uomo potesse legiferare, l’aborto.
Non vogliamo neppure pensare di scaraventarlo nell’inferno, o se farsi un certo tempo nell’angolo più doloroso del purgatorio, noi gli auguriamo di cuore di essersi in qualche modo salvato, se non altro per due motivi: il primo perché è costato anche lui, come noi, tanta sofferenza al Cristo che pagò anche per lui con la Sua vita; secondo perché abbiamo a cuore il monito del Cristo: «perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7,2).
Ma il Vangelo stesso ci spinge a fare discernimento sulle opere inique, sugli operatori di iniquità, e l’aborto è una iniquità che non solo va condannato, ma vanno contrastati anche coloro che operano in questo modo, o vi hanno dato un cospicuo contributo.
Per padre Lombardi è eloquente il titolo: a Pannella piaceva papa Francesco, a quanto pare basta questo per canonizzarlo. Mica ha scritto che “ammirava Gesù Cristo”, o grande difensore della vita, macché, ma ammirava il papa. E poi giù, un necrologio zeppo di pensieri mistici cui le parole più false e più contraddittorie sono queste: “Lo ricordo quindi con stima e simpatia, pensando che ci lascia una eredità umana e spirituale importante, di rapporti franchi”.
È poco prima aveva ammesso che: “Noti i suoi scioperi della fame e della sete con cui era solito manifestare il proprio impegno antiproibizionista, contro la pena di morte, a favore dei carcerati, dell’aborto, del divorzio e dell’eutanasia“.
Ma padre Lombardi c’è o ci fa? Ha capito che quegli scioperi erano a favore dell’aborto e dell’eutanasia oppure, furbescamente, avendo mischiato i suoi impegni contro la pena di morte, vorrebbe far dire che Pannella magari era contro l’aborto e l’eutanasia?
Di quale “eredità spirituale” sta parlando padre Lombardi? Milioni di abortiti sono per lui una ricca e santa eredità spirituale? Qui non stiamo giudicando l’anima del defunto e nessuno di noi può certamente dire dove è finito, ma santo cielo! non siamo dementi! Cristiano non è sinonimo di compromesso o di stordimento. A quando l’elogio funebre ufficiale per dichiararlo “Testimone della fede e confessore”? Magari anche martire, che mica è morto perseguitato, cacciato di casa, ma nella Casa di Cura delle suore che padre Lombardi si è affrettato a minimizzare e a coprire con un più anonimo: “ricoverato in una struttura sanitaria romana”.
L’Ottavo Comandamento ce lo rammenta: non dire falsa testimonianza, che non significa soltanto il non calunniare il prossimo, ma anche non mentire, non ingannare il prossimo. Il Catechismo del concilio di Trento insegna:
“Commettono infine questo peccato gli uomini lusingatori e adulatori che, con blandizie e lodi simulate, si insinuano nelle orecchie e nell’animo di coloro di cui ricercano il favore, il denaro e gli onori, chiamando male il bene e bene il male, come scrive il Profeta (Is 5,20)” (n.349).
Ed anche il Catechismo del 1992, dice su questo Comandamento:
2497 Proprio per i doveri relativi alla loro professione, i responsabili della stampa hanno l’obbligo, nella diffusione dell’informazione, di servire la verità e di non offendere la carità.
La Chiesa non “canonizza” il defunto (per fare questo ci sono i processi della congregazione per i santi), ma lo affida a Dio con il cuore contrito ed umiliato, che  solo da Lui attende la lode a seconda delle opere che avrà compiuto. E c’è, esiste la giustizia divina che è misericordia per i milioni di abortiti. In qualche modo, nelle esequie, la Chiesa, secondo la parabola evangelica del banchetto nuziale (Lc 14,7ss.), pone il defunto all’ultimo posto, ossia “steso a terra” ai piedi dell’altare, e attende che Dio stesso, e solo Lui, sorga e dica “Amico, passa più avanti” (Lc 14,10).
Noi auspichiamo a Pannella questo incontro con Dio, l’unico che potrà giudicarlo, ma la Chiesa stessa non presume mai nei suoi figli quello stato perfetto di santità, che solo Dio può riconoscere e, umilmente, invoca misericordia, eleva il suffragio e si mantiene sotto il giogo della penitenza. Ma nessun sacerdote  può arrogarsi il diritto (abuso di potere) di “canonizzare” qualcuno la cui condotta di vita non è stata affatto esemplare per il cristiano, specialmente se soggetto pubblico, che ha dato di scandalo e per tutta la sua vita ha lottato contro la vita degli altri, godendo per la legge sull’aborto, rivendicandola quale sua opera meritoria.

(Fonte: Le cronache di Papa Francesco, 19 maggio 2016)



Enzo Bianchi: “Gesù non ha mai parlato dei gay, la Chiesa taccia. Sì alle unioni civili”

Il priore di Bose Enzo Bianchi sostiene le ragioni del riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali ed anche la separazione tra coniugi che non vanno più d’accordo. Lo ha affermato nel corso di una assemblea pastorale diocesana tenutasi a Trento, secondo quanto riporta L’Adige. «La Chiesa non può avvallare il divorzio, ma se due persone non stanno bene assieme, e si avvelenano reciprocamente l’esistenza, è meglio che si separino. – scrive il quotidiano trentino – Diversamente, se due persone dello stesso sesso si vogliono bene e sono propense ad aiutarsi ed a sostenersi reciprocamente è giusto che lo Stato preveda una regolarizzazione del loro rapporto». Il priore della comunità monastica di Bose ha tenuto una lezione magistrale dedicata interamente al valore cristiano della misericordia, poi ha risposto alle domande dei presenti.
«Dobbiamo chiedere scusa – ha detto Bianchi – alle famiglie per la presunta superiorità mostrata dai religiosi nei tempi passati: la vita di coppia è molto difficile, e noi dobbiamo essere in grado di riconoscere il grande merito di chi sceglie di costruire un nucleo famigliare. Tuttavia, in una realtà in cui tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, non possiamo aspettarci che l’amore o la famiglia non lo sia. Su questo, però, non possiamo permetterci in alcun modo di giudicare, né, tantomeno, di escludere» riporta ancora l’Adige.
Enzo Bianchi ha spiegato che «se Cristo nel Vangelo parla del matrimonio come unione indissolubile nulla dice in merito all’omosessualità. L’onestà, quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere. Che la Chiesa faccia il matrimonio per persone dello stesso sesso – ha concluso – è una cosa senza senso. Tuttavia, se lo Stato decide di regolarizzare una realtà affettiva, lasciamo fare, applicando la misericordia come vuole il Vangelo, non come la vogliamo noi».

(Fonte: Michele M. Ippolito, Fede quotidiana, 22 settembre 2015)



mercoledì 18 maggio 2016

Sterminate quei monaci. Firmato: il viceré Graziani

Un docufilm solleva il velo sulla più grande strage di religiosi cristiani mai compiuta in Africa. Nel 1937 i soldati al comando del generale italiano uccisero per rappresaglia duemila persone: mille erano membri del clero

È stata la più grande strage di religiosi cristiani mai avvenuta in Africa. Più grande ancora di quella compiuta in questo stesso luogo dagli Ottomani nel luglio del 1531. È costata la vita a circa duemila persone, la metà delle quali erano preti, monaci e diaconi, e a compierla non sono state milizie islamiste ma i soldati al comando del viceré italiano d’Etiopia Rodolfo Graziani. Quella avvenuta nel maggio 1937 nel monastero etiope di Debre Libanos è una voragine nella nostra memoria e una ferita ancora aperta nei rapporti tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa d’Etiopia. 
A sollevare il velo di silenzio che ancora avvolge quei fatti è un docufilm di oltre un’ora che sarà trasmesso da Tv2000 sabato 21 maggio alle ore 21 e replicato domenica alle 18,30. Antonello Carvigiani, giornalista e autore del reportage, ha riportato alla luce documenti e testimonianze inedite scovando anche l’ultimo testimone ancora vivente. E grazie al contributo del più importante studioso della strage, lo storico inglese Ian Campbell che sta per pubblicare un libro sulla vicenda, ricostruisce nel dettaglio l’accaduto. 
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo dal santo Teclè Haimanòt, si trova nella regione degli Amara, a Nord-Ovest di Addis Abeba, ed è situato tra una rocca e una gola create dall’affluente del fiume Abbay. È ancora oggi il polmone spirituale del cristianesimo ortodosso etiope.  

«Tutti sistemati»  
L’antefatto della strage si verifica il 19 febbraio 1937, quando Rodolfo Graziani subisce un attentato durante una cerimonia pubblica nella capitale etiope. Alcuni esponenti del movimento dei patrioti ribelli, mescolati tra la gente, lanciano degli ordigni: muoiono sette persone e il viceré italiano rimane gravemente ferito. Sulla base delle prime informazioni che parlavano di un coinvolgimento dei monaci, senza prove e senza attendere l’esito delle indagini ufficiali, Graziani dà l’ordine al generale Pietro Maletti di massacrare tutto il clero di Debre Libanos. 
Il documentario di Tv2000 ricorda che le truppe italiane circondano l’area il 18 maggio, lasciando transitare i fedeli diretti al monastero per la festa di san Michele che si sarebbe celebrata nei giorni successivi, ma impedendo allo stesso tempo di uscire a quanti volevano farlo. I pellegrini rimangono dunque intrappolati, vittime della stessa sorte che toccherà ai monaci. Poi viene sferrato l’attacco. 
Secondo le ultime ricerche storiche, il numero dei morti sarebbe compreso tra 1.800 e 2.200: Ian Campbell ritiene che duemila sia la cifra che più si avvicina alla realtà, nonostante il rapporto ufficiale stilato dal viceré per Mussolini si limiti a citare 449 morti. «I numeri delle vittime riferiti da Graziani furono molto bassi - spiega Campbell -, sappiamo che il numero dei membri del clero, inclusi i monaci, non era inferiore al migliaio». In un telegramma del generale Maletti, spedito il giorno successivo alla strage, si legge: «Confermo che tutti indistintamente i personaggi segnalati sono stati definitivamente sistemati».  

L’ultimo testimone  
L’autore del docufilm ha potuto incontrare e intervistare l’ultimo testimone della strage, l’ultranovantenne Ato Zewede Geberu, all’epoca bambino. «Nel giorno della festa di san Michele non sono andato a Debre Libanos. Moltissimi fedeli dei villaggi qui intorno sono andati al monastero. Ma la mia famiglia quella volta decise di non andare. Una decisione che ci ha salvato la vita. Non ho visto il massacro. Ma l’ho sentito. Ho sentito i colpi della mitragliatrice. Abbiamo avuto paura, siamo rimasti nascosti nel nostro villaggio. Due-tre giorni dopo sono andato a vedere. C’erano ancora i cadaveri, centinaia di morti, forse 600, 700… E gli animali cominciavano a mangiarli. C’erano soldati italiani che si aggiravano ancora da quelle parti». 
L’eccidio avviene in un luogo isolato. Lontano da testimoni. Molti corpi sono lanciati in una gola profonda circa 500 metri. La memoria della strage doveva essere dolorosa anche per chi l’aveva commessa eseguendo gli ordini ricevuti. Racconta il monaco Abba Hbte Gyorgis: «Alcuni anziani mi hanno raccontato che i militari italiani usavano ombrelli bianchi per proteggersi dal sole. Dopo la strage, alcuni soldati hanno portato al monastero il loro ombrello bianco per chiedere scusa. In segno di riconciliazione. Nel museo del monastero sono conservati tre di questi ombrelli». 
Il docufilm di Tv2000, che si avvale della regia e della fotografia di Andrea Tramontano, si conclude con l’intervista ad abuna Matthias I, Patriarca della Chiesa ortodossa di Etiopia: «Non si è trattato di una cosa buona. Abbiamo perso tantissime persone, inclusi i monaci, il vescovo Abuna Petros. Adesso quasi tutto giustamente è stato dimenticato e perdonato. Posso dire che è bene così. Cosa si può fare adesso?». Forse è meglio ricordare. 

(Fonte: Andrea Tornielli, Vatican Insider, 18 maggio 2016)



martedì 17 maggio 2016

La “Amoris Laetitia” mette a rischio la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio”

Il noto teologo professor Monsignor Antonio Livi, curatore dell’ autorevole sito Fides et Ratio, “demolisce” l’esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia” di Papa Francesco con parole chiare e taglienti. Ma lasciamo parlare lui.

Professor Livi, che idea si è fatto dell’ Amoris Laetitia?
“ Un documento molto atteso per conoscere le indicazioni della Chiesa dopo i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia e la ridda di interpretazioni da parte dei vescovi favorevoli al mantenimento della disciplina attuale (i cardinali Mueller, Caffarra, Burke, Salah) e di quelli che chiedevano un cambiamento radicale (i cardinali Schoenborg, Marx  e Kasper, l’arcivescovo Forte). Ma l’attesa di un chiarimento è stata delusa. Alcune parti del documento papale sono caratterizzate dall’ambiguità,  che genera gravissimi equivoci di interpretazione. Lo giudico, dunque, scarsamente  lineare e pertanto ha bisogno di successivi chiarimenti. Penso che questa situazione non sia casuale, ma cercata”.

Perchè?
“ Prima di tutto, si corre il rischio, anzi già lo abbiamo corso, di mettere a repentaglio  la dottrina cristiana circa l’ indissolubilità del matrimonio. In quanto alla scarsa chiarezza è vero, come viene detto nel documento, che la dottrina non cambia, ma questo è un dato solo apparente”.

Che cosa vuole dire?       
“ Che il Papa è stato scaltro. Non ha voluto, né ha potuto alterare la dottrina, pena l’accusa di eresia, ma ha cambiato la prassi pastorale, suggerendo ai vescovi di decidere liberamente “caso per caso” e dunque in modo diverso da diocesi a diocesi, da Paese a Paese. Se in vescovi di tutto il mondo facessero come  il Papa ha suggerito, perverremmo ad un relativismo  di fatto, quello del “caso per caso”: e infatti già qualche vescovo (nelle Filippine, in Germania, ma anche in Italia, a Bergamo)  afferma che si può dare la comunione al divorziato risposato civilmente, e   sostiene che lo fa già da tempo. In sostanza, dice che ora, grazie a Papa Francesco,  tutto cambia, mentre lo stesso Papa Francesco ha scritto  che non è cambiato niente. E’ una furbata”.

Da che cosa dipende?
“ Papa Francesco è riuscito nel suo intento, che è sempre stato molto evidente:  basti vedere come erano stati preparati in questa direzione (con la relazione del cardinale Walter Kasper) e poi come sono stati pilotati i due successivi sinodi dei vescovi sulla famiglia. Questo risultato è la dimostrazione di una Chiesa cattolica che sul terreno dottrinale è allo sbando, con il crescente predominio dello storicismo, dell’umanesimo ateo e della teologia della liberazione. Penso al tenore di tanti documenti e al fatto che   i consiglieri maggiormente ascoltati  sono l’ eretico Kasper (un cardinale tedesco) e l’ altro eretico Enzo Bianchi  (un  laico italiano), entrambi favorevoli a un ecumenismo che in pratica è la riabilitazione di Lutero e l’accoglimento delle istanza della sua riforma”.

E allora?
“ La Chiesa ha vissuto tante pagine buie, e la storia ecclesiastica narra di diverse epoche di confusione e di scisma, persino  di pontefici che con la loro condotta di vita hanno scandalizzato. Papa Francesco certamente non lo fa con la sua condotta personale, ma la dottrina teologica che egli favorisce, questa sì che scandalizza, nel senso biblico del temine, nel senso che è una “pietra di inciampo”  per la fede  dei semplici e disorienta le coscienze di tanti”.

Davvero?
“ Vuole un esempio? Il fatto che oggi si parla poco o niente del peccato, che di fatto è stato sdoganato nel nome di una misericordia senza limiti. E’ arrivato il momento che qualche voce si levi, i cattolici non possono stare più zitti,  devono denunciare. Questa Chiesa parla sempre  e solo di misericordia, ma la dissocia dal peccato. Certamente questo rende popolari, perchè il lassismo paga, nel senso che segue lo spirito del mondo, quello che la gente vuol sentirsi dire”.

Immigrazione, che cosa ne pensa?
“  Se le autorità politiche europee continueranno a seguire la linea di una accoglienza senza limiti e  priva di prudenza, rischiamo la totale islamizzazione del Continente. E’ una grave responsabilità dell’Unione europea, che già è nata male, perché non ha voluto riconoscere ufficialmente nel trattato istitutivo le “radici cristiane ”. Ora sembra voler favorire l’islamizzazione del Continente , e questo non può essere certamente favorito dalla Chiesa cattolica. Nemmeno è giusto che le autorità ecclesiastiche critichino le autorità civili se queste ritengono di dover proteggere la popolazione italiana dal terrorismo islamico, magari anche chiudendo i  luoghi di culto islamici dove si predica la violenza contro i “crociati”, cioè noi cristiani. Bisogna che le organizzazioni ufficialmente cattoliche abbiano l’ onestà intellettuale e la serietà pastorale di finirla con il mito del “dialogo con l’ Islam”, se con questa formula vogliono intendere l’esaltazione acritica di una religione che considera “infedeli”  i cristiani. Oggi si ha la sensazione di una Chiesa cattolica che difende maggiormente gli islamici rispetto ai credenti. La carità è una virtù se – come tutte le virtù – rispetta l’ordine stabilito da Dio. La carità, come insegna la Scrittura, si fa prima di tutto aiutando le persone della  propria famiglia e i propri concittadini, che per noi sono gli italiani:  altrimenti la carità con i “lontani” rischia di trasformarsi in demagogia ed esibizionismo”.

(Fonte: Bruno Volpe, La fede quotidiana, 16 maggio 2016)



Diaconato femminile? Un’altra picconata di Bergoglio contro i sacramenti

In una recente conferenza in Spagna, il card. Gerhard Müller, custode della dottrina cattolica, cercando di mettere una toppa sulle esplosive trovate eterodosse dell’ “Amoris laetitia” di Bergoglio, ha affermato che nessun papa può cambiare la dottrina sui sacramenti istituiti da Cristo.
Poi Müller ha spiegato la loro centralità: “Sant’Agostino ha visto nell’economia sacramentale della Chiesa l’architettura fondamentale dell’arca di Noè, che è il corpo di Cristo, con il battesimo come grande porta. La Chiesa può navigare perché il suo guscio e la sua alberatura hanno la forma di questo amore di Gesù, comunicato nei sacramenti”.
Eppure proprio contro i sacramenti si è scatenata l’opera demolitrice di papa Bergoglio che rischia di far affondare la nave. Quelli più colpiti – con atti ufficiali – sono stati i sacramenti del matrimonio, dell’eucaristia e della confessione (insieme con un paio di Comandamenti). Ma anche il battesimo – con artiglieria minore – è stato bersagliato.
Ora è arrivato il momento di colpire il sacerdozio e Bergoglio lo fa in diversi modi. Anzitutto c’è il simbolico linguaggio dei gesti.

Tocca al Sacerdozio
Per esempio, il papa argentino non ha mai voluto celebrare la “Messa in coena Domini” in Laterano col clero romano. Era tradizione dei papi lavare i piedi a dodici preti romani perché il giovedì santo si fa memoria dell’istituzione dei sacramenti dell’eucaristia e dell’ordine sacerdotale, connessi l’uno all’altro. Invece i giovedì santi bergogliani sono stati dedicati alla lavanda dei piedi di immigrati di tutte le religioni da parte del papa (sempre in favore di telecamera).
Poi c’è la delegittimazione del celibato ecclesiastico, a proposito del quale Bergoglio ebbe a dire: “Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta”.
Ma c’è pure chi spinge per l’ordinazione delle donne. Su questo Bergoglio sa che la strada gli è sbarrata dalla Lettera Apostolica “Ordinatio Sacerdotalis” di Giovanni Paolo II che – in continuità con tutto il magistero della Chiesa – ha definito “infallibilmente” l’esclusività maschile dell’ordinazione.
Può forse essere aggirata con il diaconato alle donne? Ieri qualcuno deve averlo pensato leggendo i siti dei giornali di tutto il mondo che annunciavano “il papa apre alle donne diacono”.
Bergoglio vuole istituire una Commissione per studiare la cosa. Ma dovrebbe sapere che una tale “commissione” c’è già stata e lavorò per dieci anni, pubblicando le conclusioni nel 2003. Dunque non c’è più nulla da chiarire e studiare.

Come stanno le cose
Il professor Roberto De Mattei, storico della Chiesa, spiega:
“Fin dalle origini la gerarchia apostolica istituita da Gesù Cristo ebbe tre gradi: diaconi,  presbiteri e vescovi. Questo ministero ecclesiastico è di diritto divino e ha natura sacramentale. Fin dall’inizio la partecipazione a questo ministero fu riservata ai soli battezzati maschi. Le cosiddette ‘diaconesse’ dei primi secoli non ricevevano alcuna ordinazione sacramentale, e non avevano niente a che fare con questa sacra gerarchia, come spiega sant’Epifanio, nel suo Panarion, e san Tommaso nella Summa Theologica”.
Dunque da sempre “la tradizione e la prassi” della Chiesa sono chiare e univoche. De Mattei aggiunge:
“Nei primi secoli della Chiesa furono gli eretici (gnostici, marcioniti, montanisti) ad inserire le donne nella gerarchia ecclesiastica, ammettendole ai compiti del predicatore o del sacerdote. A questi eretici i Padri della Chiesa hanno sempre opposto il comportamento di Gesù che scelse gli Apostoli solo tra gli uomini e non affidò a Maria alcun ministero all’interno della Chiesa, pur costituendone Ella il cuore. Infatti, come afferma papa Innocenzo III, ‘anche se la beatissima Vergine Maria si trova in un grado più alto ed è più di tutti gli apostoli messi insieme, il Signore non ha affidato a lei, ma agli apostoli, le chiavi del regno’ “.
Ma qual è allora il senso di questa nuova “apertura” di Bergoglio? Semplice.

Cosa sta accadendo
Fino a Benedetto XVI la Chiesa è stata un ostacolo (katéchon) per certi poteri mondani. Chi ha spinto per “dimissionare” Benedetto e lanciare Bergoglio vuole omologare la Chiesa al mondo, diluendola nell’ideologia dominante.
Bergoglio dice che tale “adeguamento” serve per permettere alla fede cristiana di raggiungere gli uomini moderni. Ma i fatti dimostrano l’esatto contrario, dicono che è un suicidio. Le confessioni protestanti che sono andate in questa direzione modernista sono alla canna del gas, ormai irrilevanti e inesistenti.
Al contrario – come ha rilevato il sociologo americano Rodney Stark – dove e quando si propone una vita cristiana impegnativa e rigorosa, con una forte connotazione ideale, fedele al Vangelo, si ha una risposta (anche vocazionale) straordinaria.
La strada da intraprendere per la Chiesa sarebbe dunque chiara. Ma la via scelta da Bergoglio è invece quella della resa alle ideologie mondane. Egli imita le confessioni protestanti con cui – peraltro – Bergoglio prospetta una specie di ricongiungimento nel 2017, in occasione dei 500 anni dal devastante scisma luterano.
Anche la scelta bergogliana di abbandonare e rinnegare tutte le battaglie pubbliche sui “principi non negoziabili” ha questa ragione: non ostacolare l’ideologia e i poteri dominanti. Per questo Bergoglio ha (mal)trattato con gelido disprezzo il Family day e la recente “Marcia per la vita”.
Egli preferisce loro il Centro sociale Leoncavallo e cavalca le battaglie “politically correct” amplificate dai media: immigrati, ecologia, riscaldamento globale, ecumenismo.

La legge Bergoglio
Il caso della recente legge sulle unioni gay è emblematico. A vararla è stato il trio Renzi-Boschi-Alfano, cioè tre “cattolici”. Nessuno di loro – se non altro per motivi di bottega elettorale – avrebbe firmato un’operazione simile avendo contro la Chiesa. Con Benedetto XVI, per capirci, non sarebbe accaduto.
Invece da Bergoglio hanno avuto rassicurazioni: egli disse che su queste materie “io non m’immischio” (mentre però s’immischiava nelle presidenziali americane bombardando Trump per il tema dell’emigrazione).
Poi il sì bergogliano alle unioni gay è stato addirittura messo nero su bianco in quella “Amoris laetitia” che è un vero manifesto per la demolizione della Chiesa.
Leggere per credere: “Dobbiamo riconoscere la grande varietà di situazioni familiari che possono offrire una certa regola di vita, ma le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso, per esempio, non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio.” (n. 52)
Attenzione alla furbizia gesuitica. Solo in apparenza qua si nega il riconoscimento. In realtà queste parole implicano: (1) che “le unioni omosessuali” fanno parte della “grande varietà di situazioni familiari” da “riconoscere” (fino a ieri la Chiesa affermava che esiste una sola famiglia); (2) che “le unioni dello stesso sesso” offrono una “certa regola di vita (stabilità)” e (3) che “le unioni omosessuali” possono essere “equiparate” al matrimonio, però non in maniera “semplicistica”: con qualche finzione.
E’ precisamente quanto fa la legge appena approvata, che di fatto equipare le unioni gay al matrimonio senza dirlo ufficialmente.
Mons. Galantino ha finto una “protesta”, ma – attenzione – sul metodo di approvazione, non sul merito. Era un modo per salvare le apparenze di fronte ai cattolici, come ha scritto Marcello Sorgi sulla “Stampa”. La solita furbatella bergogliana.
Chi ha capito benissimo che con Bergoglio ci troviamo davanti a un’ “altra Chiesa” (non più cattolica) è Emma Bonino che dichiara: “questa Chiesa non ha nulla a che vedere con la veemenza intrusiva di Ruini”.
E infatti il titolo della sua intervista sulla “Stampa” è: “Ora avanti con eutanasia, cannabis, cittadinanza e asilo”.
Bergoglio e la “sua” chiesa non saranno certo d’ostacolo. I papi per duemila anni hanno detto di seguire l’esempio dei santi, ma invece il “papa argentino” di recente ha indicato proprio la Bonino e Napolitano come i “grandi italiani” da ammirare.

(Fonte: Antonio Socci, Libero, 13 maggio 2016).


mercoledì 11 maggio 2016

Abusi nella Liturgia: Passato il limite del sopportabile

Tra i momenti significativi della presentazione romana - nel tardo pomeriggio di mercoledì 7 aprile - del saggio-manuale di don Nicola Bux  “Con i sacramenti non si scherza” - ce n’è stato uno che forse più di tutti può rendere il sentimento diffuso nell’affollata sala dell’Hotel Columbus. E’ stato quando, rispondendo a una domanda del giornalista Paolo Rodari (di origine ciellina) di ‘Repubblica’ che postulava un nuovo sguardo - “in positivo” - sui “cosiddetti abusi liturgici”, il cardinale Robert Sarah ha risposto che “un abuso non è mai positivo” (applauso a scena aperta) e che “ciò che il Concilio ha voluto, cioè rimettere Dio al centro” è stato negato dagli abusi con cui “si è scartato Dio nella liturgia”. Come, per fare un esempio, in una chiesa di Milano, dove il cardinale ha visto “il tabernacolo confinato in un piccolo spazio tra due enormi pilastri, fuori dell’assemblea liturgica”.
L’appuntamento era di quelli “imperdibili”, sia per l’argomento – affrontato da un autore ben noto… basti pensare al precedente “Come andare a messa e non perdere la fede” – che per la presenza quali relatori dei cardinali Robert Sarah e Raymond L. Burke e dell’ex-presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi. A introdurre la presentazione Jacopo Coghe (che è anche presidente della Manif pour tous Italia-Generazione Famiglia) e a porre una domanda conclusiva il già citato Paolo Rodari e Guillaume Ferluc (Paix Liturgique).
Il libro è edito da Cantagalli, in collaborazione con la Fondazione baroni Paventi di san Bonaventura. Sono poco più di 200 pagine, ad uso e consumo “di ogni cattolico, praticante abituale o saltuario che sia. O anche, come capita sempre più spesso, semplicemente per una donna o un uomo in ricerca”, come scrive nella prefazione Vittorio Messori.
Nel libro don Nicola Bux presenta metodicamente i sette sacramenti (e i sacramentali, cioè benedizioni, esorcismi, professioni, esequie) spiegandone l’origine, la sostanza, l’amministrazione e affrontandone i punti più delicati e spinosi.
Nel parterre anche i cardinali Saraiva Martins, Brandműller, Farina e De Paolis, il nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò, lo studioso del Concilio e pure nunzio apostolico (a riposo) Agostino Marchetto.
Messaggi di adesione sono giunti tra gli altri dai cardinali Cottier (teologo emerito della Casa pontificia, deceduto qualche giorno fa), Műller, Erdö e Piacenza, oltre che dai vescovi Dal Covolo e Laffitte e dal maestro delle Cerimonie pontificie Guido Marini.
In sala consistente la presenza giovanile di sacerdoti e seminaristi in talare.
Qualche altra citazione dell’incontro, oltre a quella iniziale.

1) Card Sarah: i sacramenti sono come farmaci salvavita. Non si puo’ scherzare con loro 
Deformazioni postconciliari: In questi decenni del postConcilio assistiamo a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile, in un crescendo che non trova fine. Eppure nei sacramenti è in gioco la lex credendi. 
Sacramenti e farmaci: Come è possibile anche solo immaginarsi di prendersi gioco della presenza di Dio? Scherzare con i sacramenti? Si può scherzare con i farmaci che ti salvano e ti rimettono in salute?
Declassamenti ingiustificati: Nel libro si mette al centro il sacramento dei sacramenti, il Santissimo, oggi inspiegabilmente declassato con la scusa che il Tabernacolo non può stare sull’altare, così come si dice per la Croce. Invece essi forniscono l’orientamento ad Dominum, così necessario in un tempo in cui molti vorrebbero vivere come se Dio non esistesse.
Non pochi sacerdoti: I sacramenti subiscono deformazioni per decisione di non pochi sacerdoti che confondono i fedeli. Nei sacramenti ci sono i Misteri di Cristo. Certi preti hanno modi da conduttori tv nella celebrazione dei sacramenti.
Per capire i sacramenti: Per capire i sacramenti non bisogna aprire gli occhi, ma chiuderli. I sacramenti non si capiscono con gli occhi della carne, ma con quelli interiori, dello spirito.
Al Papa ho detto: Ho incontrato sabato scorso il Papa e gli ho detto che lui ha il potere di far cessare gli abusi, che hanno trasformato l’Eucarestia in spettacolo. E questo è il punto più grave.
Il dono più grande (rispondendo a una domanda di Guillaume Ferluc): Il dono più grande che ho ricevuto da Giovanni Paolo II è lo stupore davanti al Santissimo, uno stupore che non fa paura, ma suscita un amore più grande per il Signore.

2) Card. Burke: mondanizzazione della chiesa e decadenza morale
Da seminarista: Ho vissuto negli Stati Uniti come seminarista la riforma della liturgia dopo il Concilio. Si è diffusa una mentalità mondana, secolare, che ha disprezzato la ricca tradizione della Chiesa in un modo sciocco.
Le conseguenze: Negli Stati Uniti abbiamo scoperto che la gente non va più in chiesa e più del 50% dei cattolici non crede che l’Eucaristia è il Corpo di Cristo. La mondanizzazione ha provocato una perdita della fede. Dall’approccio ‘nuovo’ alla liturgia si è originata anche una decadenza morale orribile.
Creatività: La tendenza postconciliare a rifiutare il diritto di Dio nella liturgia, l’ha resa anarchica in nome della creatività.
Testimonianza: La liturgia è testimonianza della Chiesa una e universale.
Carità e giustizia: Non solo la giustizia non è estranea alla carità, ma è da lei inseparabile. La giustizia è la prima via della carità.

3) Ettore Gotti Tedeschi: la Chiesa contrasti la deriva morale. Necessario un nuovo editto di Costantino
Benvenuto: A voi coraggiosi cattolici, che avete avuto l’ardire di venire qui.
Dottrina cattolica non insegnata: Il XXI secolo sarà il secolo che vedrà le conseguenze globali del degrado verificatosi grazie al non –insegnamento della dottrina cattolica (applauso) 
Editto di Costantino: Nel XXI secolo la Chiesa dovrebbe riflettere sull’avvio di una strategia fondamentale, riproponendo un nuovo Editto di Costantino a un mondo globale che si sta omologando nelle culture peggiori.
Insopportabile: Da molto tempo si sta scherzando con i sacramenti in un modo che sta diventando insopportabile.
All’origine la miseria morale: Non c’è nessuna miseria che non discenda dalla miseria morale, conseguenza della perdita del senso della vita delle persone, come aveva ben capito Benedetto XVI il Grande (applauso)
Convertire i cuori: La Chiesa ha tre vie per cambiare i cuori degli uomini: il magistero, la preghiera e i sacramenti (l’Eucarestia innanzitutto).
Il Tabernacolo di Fatima: L’ultimo dell’anno sono andato a Fatima con mia moglie. Nel santuario hanno spostato il Tabernacolo. C’è un Cristo orribile, arrabbiato e non c’è il Tabernacolo.
L’idolatria peggiore: Oggi noi riteniamo che l’attaccamento al denaro sia l’idolatria peggiore. No, l’idolatria peggiore è a  monte, è la cultura. E’ la cultura che corrompe l’uomo che usa male il denaro. Mammona è la cultura, che ha anche deformato la liturgia, influenzata com’è dal nichilismo contemporaneo. La liturgia è uno strumento di salvezza: se la cultura la trasforma, fa solo il male dell’uomo.

4) Don Nicola Bux: il popolo fedele si allontana dalla chiesa, inesorabilmente
Don Giussani: Diceva don Giussani che bisogna al Signore che si compia la sua vittoria nel  mondo. Bisogna vincere il male e la morte per mezzo di Gesù Cristo.
Cultura dominante: Attenzione a non accarezzare la cultura laica, affiancandone gli idoli del momento. La Chiesa è tentata di rincorrere il sociale, per non ‘restare indietro’. Ma lo strumento del sacramento è la salvezza che vince il male dell’uomo.
Crisi di fede: Oggi la Chiesa attraversa una crisi di fede. I preti parlano nella Messa per più della metà del tempo, uccidendo il rito. Non è solo la morte della liturgia, ma quella della  fede.
Piani pastorali ridicoli: Chi siamo noi per escogitare piani pastorali per i sacerdoti? Da quarant’anni si fanno ( senza mai trarne un bilancio) e dopo quarant’anni il popolo italiano è diventato più ateo, più agnostico, il popolo fedele si allontana dalla Chiesa, inesorabilmente e la corruzione dilaga più di prima.

(Fonte: Giuseppe Rusconi, www.cristiano cattolico, 10 maggio 2016)



giovedì 5 maggio 2016

Non c'è più religione. A "L'Osservatore Romano" non piacciono i monoteismi

Per rilanciare in formato rivista il supplemento femminile de "L'Osservatore Romano" si è scomodato nientemeno che il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato.
Al suo fianco, martedì 3 maggio nella Filmoteca di Palazzo San Carlo, adiacente a Casa Santa Marta, c'erano naturalmente il direttore del quotidiano della Santa Sede, Giovanni Maria Vian, e la coordinatrice di "Donne Chiesa Mondo", Lucetta Scaraffia (vedi foto).
C'era anche il prefetto della neonata segreteria per la comunicazione, monsignor Dario Edoardo Viganò, che di per sé sarebbe in Vaticano l'autorità più alta in materia, a maggior ragione nell'attuale fase di ristrutturazione dei media. Ma stranamente se ne è stato in fondo alla sala e in silenzio, tra il pubblico in piedi.
Stranamente ma non troppo. Un mese fa, in un'intervista a "Rossoporpora", Viganò non era stato particolarmente espansivo riguardo al futuro de "L'Osservatore Romano". Aveva fatto presagire la riduzione della sua attuale foliazione quotidiana a minuscolo bollettino ad uso della curia e delle sole edicole attorno al Vaticano, perché "per noi è un po' la gazzetta ufficiale, dato che vi vengono pubblicate le nomine". Mentre per gli articoli più pensosi aveva ipotizzato un'uscita settimanale, come già avviene per le edizioni in altre lingue.
Non una parola sul supplemento "Donne Chiesa Mondo", che presumibilmente per lui, Viganò, sarebbe più da chiudere che da rilanciare, visto quanto costa, in tempi di conclamati tagli di spesa.
Il cardinale Parolin, interpellato sui costi della nuova rivista, ha risposto che un mecenate c'è e sono le Poste Italiane, quindi per adesso i conti tornano.
Ma è evidente che in Vaticano la partita non è affatto chiusa. E il risultato è che in questa fase di transizione incerta non si capisce più chi comanda nel settore dei media né chi controlla che cosa vi viene pubblicato.
Proprio "Donne Chiesa Mondo", ad esempio, è reduce da un pasticcio creato dal suo numero di marzo, che aveva perorato con eccessiva disinvoltura l'abilitazione delle donne a tenere l'omelia durante la messa, ignorando la proibizione che lo stesso papa Francesco aveva ribadito all'inizio del suo pontificato.
Ne era conseguito un pubblico autodafé su "L'Osservatore Romano" ad opera di uno dei colpevoli, il priore di Bose Enzo Bianchi:

Ma un esempio ancor più lampante dell'attuale stato di confusione è l'articolo apparso su "L'Osservatore Romano" lo scorso 26 aprile, intitolato "Il disagio dei monoteismi" e riguardante un famoso egittologo e teorico delle religioni, il tedesco Jan Assmann.
Già l'autore dell'articolo qualche interrogativo lo suscita. È Marco Vannini, fiorentino, rinomato studioso della mistica ma su posizioni lontanissime dal credo cattolico.
Su di lui "La Civiltà Cattolica" aveva espresso già nel 2004 un giudizio senza appello, per la penna di padre Giandomenico Mucci, concludendo che Vannini "esclude la trascendenza, sopprime le verità essenziali del cristianesimo e per via neoplatonica approda inesorabilmente a una moderna gnosi".
Ma nonostante ciò dal 2014 Vannini è una firma ricorrente su "L'Osservatore". E questa volta è stato affidato proprio a lui di recensire un autore, Assmann, la cui tesi capitale è che i monoteismi, tutti, in testa il giudeocristianesimo, sono per essenza esclusivi e violenti nei confronti di ogni altro credo, all'opposto degli antichi politeismi, per essenza pacifici.
Ebbene, su "L'Osservatore" Vannini non prende minimamente le distanze dalle tesi di Assmann, anzi, le condivide visibilmente.
Scrive:
"In un tempo di rinnovata violenza in nome di Dio, una vera tolleranza religiosa, capace di riconoscere la relatività senza scivolare nella banalità, può sussistere solo superando la distinzione mosaica tra vera e falsa religione, ripensando quel concetto di 'religione profonda' che Gandhi esprimeva come 'Religione con la R maiuscola', ovvero quella che lega indissolubilmente alla verità che è dentro di noi e ci purifica sempre".
E conclude:
"Nel nostro mondo globalizzato la religione può trovare posto solo come 'religio duplex', ovvero religione a due piani, che ha imparato a concepirsi come una tra le tante e a guardarsi con gli occhi degli altri, senza nondimeno perdere mai di vista il Dio nascosto, 'punto trascendentale' comune a tutte le religioni.
"Siccome, nonostante la globalizzazione, non ci sarà mai un’unica religione, un’unica verità, un unico Dio, la 'religio duplex' è quella che permette di restare uniti e solidali nel comune destino umano, al di là di tutte le differenze".
L'articolo integrale di Vannini è riprodotto in quest'altra pagina web:

Detti in parole più forbite, vi si ritrovano i pensieri che Eugenio Scalfari attribuisce a papa Francesco, circa i rapporti tra le religioni, interpretando da par suo il papa. Ma se ora li scrive "L'Osservatore Romano"…

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 4 maggio 2016)



Utero in affitto, un'altra Caporetto cattolica

Alla fine Area popolare e tutti i cattolici della maggioranza hanno ottenuto la foglia di fico che permette loro di votare la prossima settimana il testo sulle unioni civili. La Camera mercoledì pomeriggio ha infatti approvato le mozioni sulla maternità surrogata presentate da Pd, M5S, AP e parte di quella di Forza Italia e Sinistra Italiana. Bocciate le altre di Eugenia Roccella, Idea, Lega, Fratelli d'Italia, Conservatori e riformisti, Scelta civica e Des-Cd.
I testi che hanno ottenuto il via libera sono molto più blandi e generici di quelli cassati. In pratica, in base ai testi approvati, il governo risulta impegnato "a fronte del divieto della maternità surrogata previsto dalla legge 40/2004, ad avviare un confronto sulla base della risoluzione del Parlamento europeo; ad attivarsi, nelle forme e nelle sedi opportune, per il pieno rispetto da parte dei Paesi che ne sono firmatari delle convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e del bambini, ed a promuovere a livello nazionale ed internazionale iniziative che conducano al riconoscimento del diritto del bambino all' identità personale ed alla loro tutela, indipendentemente dalla modalità in cui sono venuti al mondo". 
Tutte bocciate dunque le mozioni che miravano tout court ad impegnare il governo ad assumere iniziative in ambito nazionale e sovranazionale per il contrasto e il sanzionamento di tutte le forme di surrogazione di maternità.
Ovviamente il riferimento del diritto del bambino all'identità personale non va confuso con il diritto alla tracciabilità (che il Pd non ha alcuna intensione di riconoscere).
Il primo è teso solo a garantire l’iscrizione alla anagrafe del nascituro acquisito da una coppia all’estero (diritto al nome e cognome), il secondo invece è volto far riconoscere in modo obbligatorio le origini biologiche del soggetto nato da maternità surrogata, permettendo al nascituro di risalire alla madre e al padre che lo hanno generato.
Dunque, se si guarda bene, la montagna ha partorito un topolino. Ncd e centristi vari si sono accontentati di una generica richiesta di discussione in sede europea. Nessun riferimento al bambino, nessuna condanna dell’atto che porta alla programmazione di un essere umano orfano di padre o di madre, nessun divieto di poter consegnare un neonato nelle braccia di due sconosciuti appena qualche minuto dopo il parto.
Nulla di tutto ciò, anzi nelle premesse della mozione del Pd viene anche fatta distinzione tra la gestazione per altri dietro pagamento e la maternità surrogata portata avanti in modo gratuito come dono ad una coppia sterile. Un linea che è figlia di una visione femminista che pone l’accento solo sulla questione del mercimonio del corpo delle donne più povere.
"Il divieto di maternità surrogata, per essere efficace, andava inserito nel ddl sulle unioni civili” ha ricordato Eugenia Roccella, e invece, grazie al comma 20, quello che permette ai giudici di dare l’adozione del figlio del partner in base al principio della continuità affettiva, di fatto si legittima la commercializzazione della maternità e l' adozione gay.
Ad ogni modo il patto di maggioranza è considerato rispettato: in cambio delle mozioni sull’utero in affitto adesso Area Popolare – ad esclusione dell’on. Alessandro Pagano che ha annunciato il suo ‘no’ – garantirà l’appoggio alle unioni civili. Pochi minuti dopo il voto in aula sulla maternità surrogata Ap ha infatti diffuso una nota in cui annunciava la “piena” condivisione del testo unioni civili così come approvato al Senato, "La nostra battaglia – prosegue il comunicato - l'abbiamo vinta a Palazzo Madama dove, durante l'iter del ddl, sono stati cancellati i riferimenti alla stepchild adoption e oggi alla Camera con l'approvazione delle mozioni contro l'utero in affitto”. 
Insomma chi si accontenta gode…alla faccia dei diritti dei bambini. 

(Fonte: Marco Guerra, La nuova bussola quotidiana, 5 maggio 2016)




Non tocca ai preti giudicare l'anima dei fedeli

Nell’ottavo capitolo della sua esortazione post-sinodale Amoris laetitia Papa Francesco riflette sul tema dell’accompagnamento, del discernimento e dell’integrazione (AL 291-312). Si tratta indubbiamente del capitolo più discusso nel dibattito pubblico.
In particolare merita un chiarimento il tema del discernimento proposto dal documento. Il Papa osserva, in un passo ormai tanto citato, che i fedeli incontrano numerose difficoltà e che vi sono fattori attenuanti a causa dei quali «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale» (AL 301). Qui si deve rilevare che questo insegnamento non è affatto nuovo. Piuttosto si tratta di un aspetto acquisito della tradizione e del magistero della Chiesa. In realtà non si è mai potuto dire quello che Francesco afferma di non poter dire più. Scrive infatti San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia: «Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (n. 37). 
Proseguendo, là dove il Santo Padre fa osservare che il «discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita» (AL 303), il testo avrebbe forse potuto essere più chiaro. Infatti ciò che deve essere oggetto di discernimento non è del tutto chiaro. Francesco sta forse chiedendo ai pastori d’anime di discernere (e “discernere” in realtà è sinonimo di “giudicare”) lo stato di grazia dei fedeli? Sarebbe veramente una novità, e per giunta profondamente ironica: significherebbe che proprio il Papa che ha pronunciato la frase memorabile: “Chi sono io per giudicare?” inviterebbe ora i sacerdoti della Chiesa a emettere sul conto dei loro fedeli penitenti quel tipo di giudizio che il dottore comune della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, definiva «avventato».
Per Tommaso le condizioni del "giudizio avventato" sono numerose, e una di esse è che la persona «presuma di giudicare su cose nascoste che solo Dio ha il potere di giudicare» (Commento sull’epistola di Paolo ai Romani, II, 1, 176). Spiega l’Aquinate che mentre Dio «ci ha affidato il giudizio sulle cose esterne […] ha riservato a se stesso quelle interne» (Commento al Vangelo di Matteo, VII, 1). San Tommaso parla così dell’impossibilità di giudicare dell’altrui stato di grazia. Il Concilio di Trento parla addirittura dell’impossibilità di giudicare del proprio stato di grazia, quando afferma: «Nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di aver ottenuto la grazia di Dio» (Decreto sulla giustificazione, capitolo 9). Finora, insomma, la Chiesa ha sempre lasciato a Dio il discernimento dello stato di grazia della persona, che rientra fra le “cose interne”, e si è invece limitata a giudicare della condotta esteriore o degli stati oggettivi di vita. 
Pertanto la prassi della Chiesa di non ammettere i divorziati “risposati”  all’Eucaristia – a meno che non diano segni obiettivi di pentimento (la risoluzione di vivere nell’astinenza) per aver contratto tale unione – non equivale al giudizio che costoro vivono in stato di peccato mortale. È un giudizio sul loro stato di vita – che è in contraddizione oggettiva con il mistero dell’unione fedele di Cristo con la Sua Chiesa che si celebra nell’Eucaristia – e non un giudizio sulla loro anima, le cui condizioni Dio solo conosce.
Ma se un giudizio negativo sullo stato di grazia di un fedele è avventato, perché non dovrebbe essere avventato anche un giudizio positivo in merito? Su quale base un sacerdote dovrebbe essere in grado di discernere che persone abitualmente e pubblicamente infedeli al proprio coniuge vivono ciò malgrado in grazia di Dio? Come misurare il peso delle possibili circostanze attenuanti, del condizionamento sociale, delle limitazioni psicologiche? Non è stato finora inventato lo strumento per misurare empiricamente la presenza o l’assenza della grazia, né è ancora possibile stabilire caso per caso la misura di libertà con cui ognuno commette un’azione gravemente sbagliata. 
Ciò che la Chiesa può giudicare è l’azione stessa. Può affermare che se le persone commettono certi tipi di azioni – adulterio, omicidio, rapina a mano armata, tortura, pedofilia – con sufficiente consapevolezza e con una misura ragionevole di libertà, allora tale azione farà loro perdere l’amicizia di Dio, perché azioni del genere contraddicono radicalmente l’essere stesso di Dio in quanto Sposo fedele della Chiesa, Amante della vita e Protettore dei piccoli. In altre parole, quelle persone commettono un peccato mortale. Ecco tutto ciò che i pastori d’anime devono sapere e possono sapere. Che poi l’adultero, l’omicida o il torturatore fosse in retti sensi quando ha commesso l’atto, che fosse veramente separato da Dio nella misura in cui era pienamente presente a se stesso nel commettere un’azione invisa a Dio, questo lo sa solo Dio. Il sacerdote nel confessionale discerne l’azione, Dio discerne il cuore.
Qualcosa di analogo va detto circa il discernimento delle situazioni di vita. Solo Dio sa fino a che punto la persona sia responsabile di essere entrata in una determinata situazione. Il sacerdote nel confessionale può sapere soltanto che una data situazione di vita – per esempio l’appartenenza a un’organizzazione terroristica – è oggettivamente contraria al piano di Dio per quella persona, al suo essere chiamata a diventare amica di Dio. Se io sono capace di effettuare scelte, se ho il dominio sulle mie azioni e se sono in grado di assumermi la responsabilità della mia vita, allora dovrò scegliere fra essere amico degli assassini oppure amico di Dio: come si può essere amico di un padre e al tempo stesso amico di coloro che ne uccidono i figli? La tensione è oggettiva.
Ebbene, vi è una tensione oggettiva anche fra il voler celebrare il mistero della fedeltà del Signore alla sua sposa e l’essere in una situazione in cui si è abitualmente e pubblicamente infedeli al proprio coniuge. È pensabile che in ambedue i casi, e di fatto in ogni «situazione oggettiva di peccato», una persona possa vivere «in grazia di Dio», amare e «anche crescere nella vita di grazia e di carità» (AL 305)? Il Papa è assai radicale quando risponde affermativamente: possono esservi «condizionamenti e fattori attenuanti» (AL 305) a causa dei quali le persone non sono libere e pertanto non sono responsabili. Ma sarà impossibile che un’altra persona umana misuri, discerna o giudichi il grado di libertà con cui qualcuno è coinvolto in una tale situazione oggettiva di peccato. 
Di conseguenza, le parole del Santo Padre sul discernimento non possono essere interpretate come invito a discernere lo stato di grazia dei singoli fedeli, per poi, in caso di un discernimento positivo, poter ammettere alla comunione le persone in situazioni oggettive di peccato. Il Papa chiederebbe qualcosa di impossibile (cfr. il Concilio di Trento) e contraddirebbe se stesso («Chi sono io per giudicare?»). Perciò il discernimento deve essere inteso non come un giudizio sullo stato di grazia ma piuttosto come l’aiuto «a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti» (AL 305), cominciando senz’altro con il discernimento della verità della propria situazione davanti a Dio.
Nel caso dei divorziati “risposati” implicherebbe concretamente la verifica dell’esistenza o meno di un legame matrimoniale (cioè, il matrimonio era valido?) e l’accertamento di eventuali ragioni che esonerano dall’«obbligo della separazione» (cfr. Familiaris consortio 84; AL 298). Poi comporterebbe la ricerca di vie per aiutare gli interessati a vivere secondo la verità della loro relazione. Occorre il discernimento anche per trovare modi di integrazione che non si accontentino dello stato di peccato ma che esprimano una fiducia nella grazia operosa di Dio e nella capacità dell’uomo di rispondere ad essa, indirizzandola a un autentico cammino di crescita che abbia come fine la ricostituzione della persona alla pienezza della vita che il Signore ci offre. 

(Fonte: Stephan Kampowski, La nuova bussola quotidiana, 3 maggio 2016)



Due anni con Papa Francesco: icona pop o Romano Pontefice?

Il Papa dei poveri, il Papa della misericordia, il Papa delle periferie, il Papa che scuote la Chiesa, il Papa che piace alla gente…
Quanti ne abbiamo letti di questi titoli in due anni! Ma davvero Papa Francesco, al secolo Jorge Bergoglio, è una specie di “icona pop” che serve solo a fare campagna mediatica per l’immagine della Chiesa cattolica? 
Io penso che il Papa sia ben altro. 
Gli stessi media che hanno massacrato Benedetto XVI con della cattiverie banali, senza minimamente pensare a cosa davvero facesse per la Chiesa, ora esaltano Francesco. 
Il sospetto è che l’unico loro scopo sia quello di mettere in difficoltà la Chiesa cattolica che è il Popolo di Dio con il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e i  laici, come ci ricorda il Concilio Vaticano II.
Per capirlo basta leggere la pubblicistica su Papa Francesco. 
È tutta dedicata al suo modo di parlare, di baciare i bambini, di salutare i malati, di fare battute. Ma si parla pochissimo delle sue catechesi. Si trovano ovunque le buone battute da parroco sulle chiacchiere, sui nonni, e altro, quello spirito porteño che si porta nel cuore, sul suo parlare uno strano italiano che sa di emigrante, ma poi pochissimi leggono con attenzione alcuni passaggi “scomodi” dei suoi discorsi. 
Per cui addirittura viene frainteso e considerato un “progressista”, ammesso che questa categoria nella Chiesa abbia ancora un senso.
Faccio solo qualche esempio. Il Papa parla spesso di “ Chiesa gerarchica”. Una espressione che sembra poco “moderna” o poco “ misericordiosa”. Ma che è in effetti semplicemente l’insegnamento di Sant’ Ignazio di Loyola, che il Papa ripete spesso. La prima volta l’ha usata il 23 aprile del 2013 il giorno del suo onomastico, San Giorgio, nella omelia della messa celebrata con i cardinali nella Cappella Paolina in Vaticano.
Alla Santa Madre Chiesa Gerarchica il Papa ha dedicato anche una intera catechesi dell’udienza generale del 5 novembre del 2014. Un bellissimo insegnamento, molto “tradizionale”: “Nella presenza e nel ministero dei Vescovi, dei Presbiteri e dei Diaconi possiamo riconoscere il vero volto della Chiesa: è la Santa Madre Chiesa Gerarchica. E davvero, attraverso questi fratelli scelti dal Signore e consacrati con il sacramento dell’Ordine, la Chiesa esercita la sua maternità: ci genera nel Battesimo come cristiani, facendoci rinascere in Cristo; veglia sulla nostra crescita nella fede; ci accompagna fra le braccia del Padre, per ricevere il suo perdono; prepara per noi la mensa eucaristica, dove ci nutre con la Parola di Dio e il Corpo e il Sangue di Gesù; invoca su di noi la benedizione di Dio e la forza del suo Spirito, sostenendoci per tutto il corso della nostra vita e avvolgendoci della sua tenerezza e del suo calore, soprattutto nei momenti più delicati della prova, della sofferenza e della morte.”
Ma di questo si parla poco. Il Papa rimane per i più l’uomo dei selfie che abbraccia i bambini e parla delle periferie come se fosse lui a farlo per la prima volta. E pensare che già Paolo VI andava nelle periferie romane a celebrare la messa di Natale. Senza parlare di Giovanni Paolo II. E Benedetto XVI accolse più volte in Vaticano i poveri assistiti dalle suore di Madre Teresa. Sono solo esempi. 
Ridiamo allora a Papa Francesco la sua dignità di Pontefice, smettiamo di parlare di come si veste e dove dorme e iniziamo a leggere i suoi discorsi mettendo da parte le sue battute da parroco che servono per richiamare l’attenzione. 
E vediamo su cosa davvero mette l’attenzione. 
Così forse capiremo meglio questi due anni di pontificato

(Fonte: Angela Ambrogetti, Korazym.org, marzo 2015)